Che succede nei nostri computer?

Ci affidiamo sempre di più agli ambienti digitali per ogni aspetto della nostra vita, sia privata che pubblica. Anche gli Stati e le aziende riversano una enorme quantità di informazioni in hardware e software che si occupano ormai di tutto. Ma che garanzia abbiamo che tutto avvenga nella massima sicurezza, rispetto della privacy e delle garanzie democratiche? In questi giorni la House Permanent Select Committee on Intelligence del Congresso Usa ha messo in guardia aziende e gli stessi organismi pubblici dall’utilizzare le infrastrutture dei due vendor cinesi Huawei e ZTE. Il presidente della Commissione  ha detto che gli americani “dovrebbero trovare un altro vendor se ci tengono alla loro proprietà intellettuale, alla privacy dei loro clienti e alla sicurezza degli Stati Uniti d’America”. Naturalmente i cinesi hanno subito ribattuto che si tratta di un modo per impedire la libera concorrenza. Huawei è un nome che non dice molto alla maggior parte di noi, ma si tratta del secondo produttore nel settore delle telecomunicazioni dopo la svedese Ericsson, fa affari in 150 mercati per miliardi di dollari. Anche la Commissione Europea era intenzionata ad indagare, ma in questo caso sono stati gli stessi imprenditori europei che lo hanno impedito, desiderosi di espandersi in quel gigantesco mercato con i loro prodotti. Anche il Canada ha bloccato la presenza cinese nella costruzione di una rete di comunicazione governativa: troppo alti i rischi per la sicurezza.

Al di là delle scaramucce per la penetrazione commerciale nei rispettivi mercati, il problema di fondo è serio e molto sottovalutato in questo momento. La necessità di costituire un laboratorio indipendente di valutazione che possa controllare tutte le apparecchiature. La democrazia, se vuol rimanere tale, deve continuamente rincorrere le nuove frontiere dei possibili abusi, non solo da parte cinese.

 

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