Odissea nello spazio

“Odissea nello Spazio”. Un film rivoluzionario per i suoi tempi. Un film che ancora ci scuote l’animo,e porta i pensieri lontano,nello spazio più infinito…e sembra di sentire le note della musica di David Bowie.

C’è una canzone sicuramente celebre che con la sua melodia cantilenante, forse struggente e drammatica nella sua semplicità e nel ritmo lento e toccante, è riuscita a penetrare profondamente nel cuore di molti spettatori, a muovere qualcosa.

Space Oddity, il motivo che esordisce con le parole “Ground Control to Major Tom”, racconta in modo metaforico la storia di un astronauta che perde il contatto con la stazione spaziale sulla Terra e fluttua nel vuoto, nell’immenso.

Coglierei quest’ultimo aspetto per la forza con cui il fascino dell’infinito si è manifestato in me durante l’ascolto della musica. E’, in effetti, proprio la bellezza dell’infinito, del concetto di questo, che esercita una potenza attrattiva sull’uomo.

Se ora provassimo tutti a pensare a qualcosa di illimitato, non sarebbero molti gli esempi che si materializzerebbero con tempestività nella nostra mente: di primo impatto vengono in superficie i numeri della matematica, qualsiasi successione; e poi quello che chiamiamo Spazio, di cui perfino Einstein non ha trovato la fine.

Poi, come uscisse pian piano dal suo nascondiglio di foglie togliendosele di dosso una alla volta, si fa strada un curioso personaggio: il computer; detto anche internet, direi.

Siamo soliti non vedere una fine a quel nostro brano che chiamiamo web, gli orizzonti si ampliano sempre di più … un po’ come teorizzò Hubble con la sua legge: più due oggetti sono lontani nello spazio, più si allontanano velocemente. Questi “orizzonti di rete” non sono sicuramente tangibili, non quantificabili; ma sono reali? Esistono?

Credo proprio di poter rispondere in modo affermativo. Orizzonte è, in un certo senso, limite, confine, oltre cui non si procede. Sotto questa prospettiva i limiti del nostro computer, nonostante l’accesso super veloce alla rete, sono due, almeno dal punto di vista tecnico.

Parliamo subito della questione legata ai dati, a quelle informazioni così strettamente oggettive e codificabili nella raccolta delle quali il computer “ha ottime competenze”.

Troppo spesso, purtroppo, pensiamo di aver a disposizione “tutto ciò che esiste”. Marco Gori, professore dell’Università di Siena ed esperto di telematica, spiega in modo chiaro e semplice come, anche quanto ai dati, il nostro computer sia impossibilitato a fluttuare nell’infinito. I più celebri motori di ricerca, quali Google e Yahoo adoperano un’accurata selezione del materiale telematico disponibile online portando sul nostro amato schermo solo una parte delle informazioni totali. Mi chiedo solo se questo ci semplifichi le ricerche o le devi, un po’ come una pallina da flipper durante una partita.

Il secondo limite, più strettamente legato allo “strumento computer” piuttosto che alla rete, è la sua incapacità, direi per fortuna, di assemblare informazioni creandosi un’opinione. Non credo siano necessari esempi per dimostrare che il nostro parere critico, se pur possa essere influenzato da strumenti telematici o dalla rete, non debba essere neppure paragonato ad un insieme di microchips e schede di memoria. Nessuno affermerà che un’idea, un giudizio, sia codificabile in una lunghissima stringa binaria di 1 e 0.

Un altro problema, meno tecnico, che si presenta con l’utilizzo del computer, in particolare nella comunicazione online, è rappresentato dalla relazione virtuale instaurata. Più facile la comprensione di tale concetto risulta con riferimento al film”The social network” (che racconta la nascita di Facebook) in cui si mette bene in luce l’inconsistenza del rapporto formatosi, o anche solo sviluppatosi, senza il contatto fisico.

Lascio la libertà di immaginarsi una pagina dei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, magari proprio quella in cui si discorre dell’incontro tra Renzo e Lucia, in cui tale “meeting” (per usare una parola più coerente al contesto digitale) sia svolto davanti ad una Webcam. O posso a fatica vedere un Dante che si innamora di Beatrice vedendone una foto sul profilo di Facebook: quasi da ridere … o da piangere. L’amore, la relazione che grazie ad esso si instaura, non può e non deve vivere online, perché altrimenti online resta; non può uscire da Facebook e entrare nel mondo per diventare l’amore che non era. Penso solo al bacio, a quel contatto indispensabile per l’uomo che, e qui non credo di poter essere messo in discussione, non può avvenire per via telematica.

E’ così di massima importanza, come di grande attualità, la ricerca di metodi e criteri per affrontare il problema-opportunità rappresentato dal computer e dalla rete, con la presa di coscienza della necessità per un verso di una resistenza ad esso, affiancata sempre da una sua comprensione che ne insegni un utilizzo funzionale e fruttifero.

In primo luogo emerge la necessità di vedere i limiti dei mezzi telematici, nella formazione di una propria coscienza critica che permetta l’analisi e la scelta delle informazioni. Ecco poi un aspetto che spesso trascuriamo, credendo ciecamente in tutto ciò che la rete ci mostra nei pollici del nostro schermo: il computer è utile ma non sufficiente. Per esemplificare il tutto si pensi che non deve essere accettabile preferire un incontro online a un “faccia a faccia” per la comodità dell’anonimato e per la paura del mondo reale, evidentemente lontano da quella realtà parallela, appunto, costruita dal web.

Infine la conoscenza degli strumenti di cui facciamo uso, dei sistemi di catalogazione delle informazioni, della potenziale forza del computer, è il fondamento che permette all’uomo di non essere trascinato fuori dal mondo aggrappato a un filo della rete, per perdersi in un non reale infinito.

Le grandi possibilità che i grandi mezzi ci offrono e di cui siamo coscienti devono esaltare il fascino (quasi quello dell’infinito) ma predicare una criticità e una analisi attenta dei metodi adottati e dei risultati raggiunti.

David Bowie conclude la sua canzone con le parole “Here I am floating” (sto fluttuando…). Nessuno sa se quell’astronauta si è per sempre perso nello spazio o se, l’immensità e la bellezza del vuoto, lo aiuteranno a tornare all’astronave.

Gabriele Redigonda (classe IIIG Liceo Scioentifico-Linguistico “F. Redi” Arezzo)

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  1. Mare - 15/11/2013

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