“Gioia” di Baldi Leonardo classe IVS del Liceo Scientifico “F. Redi” di Arezzo

Partire.

Andarsene. Lasciare casa e tutto ciò che è sicuro per rivolgersi all’incerto, all’infinito, all’ignoto.

Fluttuare senza meta per valli, pianure; sentire il sole sulla propria pelle, respirare la libertà, assaporare il gusto amaro e dolce della nostalgia. Perdersi nell’orizzonte per conoscere, conoscere ciò che da lontano sembra uno spettro lasciato da una vita passata. Vedere persone, edifici, vicoli e piazze persi nelle labirintiche città; oppure viaggiare per spazi aperti, per deserti senza fine, sentire le foglie d’autunno scricchiolare sotto le dita dei piedi; oppure perdersi nella tenebrosa immensità dei fondali marini.

Libertà.

Libertà di lasciare il nido, spalancare le ali e volar via per rincorrere un ideale, una conoscenza, l’amore.

Questo è viaggiare.

Questo è ciò che da sempre ha spinto l’uomo alla vita, perché viaggiare significa conoscere; e che vita grama sarebbe se fosse sterile e infeconda come un misero pezzo di terra lasciato a rovinare da un pigro contadino!

L’uomo vive per sapere, vive per raggiungere una certezza. Chi mai oserebbe negare il piacere e lo stimolo di costruire una zattera per fuggire, come Ulisse, dalle sponde vissute dell’isola di Ogigia e dalla consumate braccia della ninfa Calypso, per inseguire un sogno, un desiderio, affacciandosi finalmente sul baratro vorticoso dell’ignoto per gettarsi a capofitto tra le dorate spire della conoscenza?

Come negare anche solo il piacere di puntare il dito sul mappamondo e fantasticare su valli dorati e piramidi traboccanti di pericoli e insidie, solo per il gusto di immaginare?

Nessun essere umano potrebbe mai resistere senza questo impulso primordiale alla lontanza, che è parte integrante del nostro essere.

È la voglia di avventura che spinge il piccolo e indifeso Hobbit Tolkeniano Bilbo Baggins, fuori dalla propria casetta e fuori della contea al seguito di una compagnia di nerboruti nani montanari; è la curiosità che fa inciampare Alice nella tana del Bianconiglio nel romanzo di Lewis Carroll; è la voglia di amare e conoscere che spinge lo stesso George Byron ad abbandonare la patria e a fuggire sé stesso per le sponde della Grecia, ed è lo stimolo alla pace interiore che muove i poeti ad intraprendere un viaggio verso l’Arcadia, luogo di rifugio e serenità.

L’importanza del percorso è perciò incredibilmente vitale e non dovrebbe mai essere sminuita da sciocchi riferimenti al dovere predestinato dell’uomo.

Quale inutile svilimento della personale scelta alla conoscenza nei viaggi di Enea e Dante! Imprigionati così, in viaggi forzati da cause esterne a una saggezza non richiesta. Costretti a vagare per tracciati prestabiliti, incatenati a ciò che altri hanno ritenuto giusto per loro; mai liberi.

Eppure appare tutto così semplice! La libertà è la chiave di tutto, libertà che non significa solo essere lasciati allo sbando tra moltitudini di vie e strade, pronti ad ubriacarsi i sensi e l’intelletto, ma consiste anche nella capacità di riconoscere il momento di tornare a casa, di rivedere volti familiari, di ritemprarsi al calore del focolare, e soprattutto di ammirare la propria grandezza d’animo, che da sola può domare uragani, mari in tempesta e foreste in fiamme.

Niente è più appagante dello smarrirsi per intricate strade sapendo che ci sarà sempre un posto o un volto, a cui si potrà sempre fare ritorno.

Quale gioia deve aver provato Teseo, dopo aver ucciso il Minotauro, a ricordare che Arianna lo aspettava fuori dal palazzo con il gomitolo srotolato tra le sue mani. Quale gioia deve aver provato Samvise Gamgee nel rivedere i suoi amati campi di fragole nella contea ne “Il Signore Degli Anelli”, quale gioia per Perseo nel rivedere la giovane Andromeda!

Poiché alla fine è questo viaggiare: è gioia.

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