La comunicazione di Papa Francesco

 Papa Francesco è un uomo di 76 anni, vissuti in modo molto intenso e tra mille impegni. Non ha avuto certo il tempo, né per generazione né per motivi accademici, di occuparsi di comunicazione nel mondo digitale. Eppure già nei suoi primi giorni di pontificato si è mostrato, anche in questo campo, particolarmente attento e profondo.

Già nella benedizione impartita dopo l’habemus papam si era rivolto sia ai fedeli raccolti in piazza san Pietro che a quelli collegati tramite la radio, la televisione aggiungendo “i nuovi mezzi di comunicazione”. Ha immediatamente riattivato l’account Pontifex che già Benedetto XVI aveva aperto su Twitter. Ha voluto che una delle primissime udienze fosse riservata agli operatori della comunicazione sociale. Ha detto in quell’occasione: “Il ruolo dei mass-media è andato sempre crescendo in questi ultimi tempi, tanto che esso è diventato indispensabile per narrare al mondo gli eventi della storia contemporanea”. Non ha detto “un ausilio”, per quanto importante: ha detto proprio “indispensabile”. Allo stesso tempo però ha saputo smarcarsi dalla bulimia mediatica attraverso la quale tutto viene divorato e banalizzato in un calderone indistinto. “Gli eventi ecclesiali non sono certamente più complessi di quelli politici o economici”, ma non possono essere trattati senza la comprensione della “vera natura della Chiesa”.

Ma come fare per far capire questa “alterità”? Si intuiscono a questo livello molte scelte coraggiose di Papa Francesco. L’opinione pubblica, anche internazionale, ha molto apprezzato scelte di semplicità e di essenzialità nell’uso dei segni. Specialisti del settore, come i registi Base e Calopresti ne hanno lodato la capacità “telegenica”. La questione è tuttavia più complessa.

La Chiesa ha elaborato nei secoli un complesso sistema di segni, gesti, parole per poter comunicare e rendere visibile il suo annuncio della “buona novella”. Limitiamoci per motivi di spazio a un solo particolare: le vesti del Papa e gli ornamenti connessi. Essi avevano lo scopo di rimandare a una serie di significati. Le scarpe rosse del Papa, come il rosso delle vesti dei cardinali, rimandano alla testimonianza della fede sino all’effusione del sangue. Ma nella nostra società secolarizzata rimandano più facilmente alle scarpe di Prada. Le vesti papali sono tre: ordinaria, liturgica e diplomatica. La mitria (il copricapo usato dai dignitari romani), il pallio con sei croci, il pastorale diritto e non curvo come quello dei vescovi, la pianeta, il camice sul modello delle tuniche romane. La mozzetta, prerogativa del Papa e dei cardinali, la stola (solo il Papa può indossarla sopra la mozzetta), il rocchetto, la veste talare, il camauro, il fanone. Non dobbiamo fare l’errore di banalizzare la questione. I simboli sono molto importanti, e molto si può comunicare per loro tramite. Limitandoci all’ultimo esempio, il fanone – formato da due mozzette sovrapposte, l’inferiore più lunga di quella superiore. È di stoffa bianca e aurea, con lunghe linee perpendicolari, separate da una striscia amaranto o rossa. Sulla parte anteriore ha una croce ricamata in oro. Simboleggia lo scudo della fede che protegge la Chiesa cattolica, rappresentata dal Papa. Le fasce verticali di colore oro e argento rappresentano l’unità e l’indissolubilità della Chiesa latina e orientale. Significati come si vede molto belli. Ma è davvero questo che oggi sono in grado di trasmettere? Certamente si potrebbe obiettare: se non trasmettono più il loro significato è perché non siamo abbastanza informati. Ma un simbolo deve essere trasparente di per sé: se dobbiamo spiegarlo in tutti i dettagli c’è qualcosa che non va. Già Paolo VI aveva detto: a che serve dire la verità se non ci facciamo comprendere?

Non si tratta di una scelta facile. Ogni mutamento di paradigma porta con sé il dubbio che si tratti di un impoverimento, di un gettare alle ortiche nobili e profonde tradizioni. Il ripudio non è la soluzione. Ma allo stesso tempo occorre coraggio nel distinguere l’essenziale del messaggio dalle sue mutevoli incarnazioni storiche, magari nobili ma da non confondere con il cuore dell’evangelizzazione. Tesori di sottili rimandi e preziosi significati sono stati elaborati nei secoli, ma di volta in volta è stato necessario andare oltre e trovare nuovi linguaggi. Papa Francesco conosce bene la tradizione millenaria della Chiesa. Ma sa che la verità va detta in modo comprensibile agli uomini e alle donne del nostro tempo. Non ha “adattato” il messaggio ai nostri tempi: si veda la scelta in teoria assolutamente antitelevisiva di chiedere (e ottenere) il silenzio e la preghiera mentre era in mondovisione. Ma il suo linguaggio (parole, gesti, contesti) cambierà molte cose. Anche nel mondo della comunicazione.

Anselmo Grotti

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