Abbagli

Come affacciarsi su di una viscosa macchia, così appaiono all’uomo le sue capacità. Dal riflesso distorto ne deriva un altrettanto tremante considerazione di noi stessi. Nell’egoismo puro si attorciglia l’innocenza immacolata di ciò che ancora non è stato creato ed alienato nella materialità. Catturato dalla presunzione del possibile, accresce solo la mancanza del nostro senso limite e si fa danno quando il creare prescinde e prevale dall’utilità stessa.  Ciò che è nato come bisogno primordiale e necessità vitale, si è convertito in dimostrazione. Vanto ed affermazione della nostra componente onnipotente. Il danno e la conseguenza sono stati spesso nascosti o mascherati ed il progresso ha generato terrore. Si è annidato nell’ipocrisia del non saper rinunciare a nulla, tace nelle scuse che non è ancora abbastanza. E confida che la sopportazione sarà ancora tanta, perché così è stato e così sarà sempre. Ma se il vero è l’intero, non possiamo permetterci di voltare lo sguardo agli istinti ed archetipi che più rappresentano il nostro io. E forse la domanda dovrà sorgere spontanea se è esistito qualcuno che guardando quello schermo, è fuggito dal treno che troppo realisticamente gli si rivolgeva contro. E se davvero il mondo si è dotato di “una bellezza nuova: la bellezza della velocità” (Marinetti, Manifesto del futurismo), quest’ultima è stata lo strumento primo del disorientamento.  Quando tutto inizia a scivolarti dalle mani, quando non ci sono più effetti e conseguenze che non si ha voglia di aspettare, scompare il limite tra la finzione ed il reale. Ed è allora che quel treno lo schermo lo buca davvero, se il progresso è indistinzione, coloro che sono scappati via non dimostrano l’assurdità di loro stessi ma di quanto il mondo dell’irreale sia ormai stratificato e concretizzato nelle nostre paure più silenziosamente deliranti. “Perché gli uomini (…) si affannano così a rendere man mano più complicato il congegno della loro vita?” (Pirandello, Il fu Mattia Pascal).  Vita che è da considerarsi come una spirale in cui siamo diventati prodotti del progresso e non più produttori. È un’immensità di contraddizioni che non trovano più barriere ed oppositori; in nome di.  C’è bisogno di prendere coscienza, quella vera, che prima o poi i troppi tamponamenti saranno come comete, senza effetto e senza strada, che non risolveranno una caduta libera. Siamo stati vittime di noi stessi, indigeni colonizzati dagli abbagli di una malattia travestita da cura. Dov’è il confine? L’inversione che potrà permetterci di tornare sull’orlo del precipizio, almeno.  Sarebbe già abbastanza tornare a distinguere l’amore dalla mancanza che mai potrà essere rimpiazzata dalla materialità. C’era l’amore di un cuore pulsante, di chi era capace a bastarsi. Se la velocità con cui non arriviamo più a capirci, è il solo mezzo per sentirci unicamente completi, qualcosa si è inesorabilmente incrinato in noi stessi.  La velocità, la macchina di questa esistenza non possono fornirci il conforto che cerchiamo ma possono talmente allontanarci dal punto di equilibrio che forse, proprio nello smarrimento saremo in grado, solo allora, di soddisfarci in noi stessi.  Non ci sarà più la nebulosità tra la sensualità del volante ed il corpo di chi ci sta accanto, non ci sarà più la fusione tra palpito e freddezza e non ci sarà più la digressione verso “un’esplosione enorme (…) che priva di parassiti e malattie” (Svevo, La coscienza di Zeno) questo pianeta ma solo allora ci potrà essere il progresso.  Quello vero.  Quello che va verso la cura di un binario morto.

Lucia Tellini (rara penna d’oro)

V°L Esabac

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