Come è cambiato il cinema (1)

Anselmo Grotti

Sono tante le trasformazioni che il cinema ha vissuto nella sua storia più che secolare. Spesso trascuriamo le conseguenze sui contenuti e sulle modalità di fruizione che si sono intrecciate con le modifiche degli aspetti tecnologici. Il passaggio dal film muto al sonoro ad esempio ha avuto conseguenze importanti nell’uso della comunicazione. La gestualità doveva necessariamente essere molto accentuata, così da risultare subito fortemente comunicativa. Nel mito l’assenza del parlato rendeva immediatamente possibile la diffusione del film in più Paesi: non era necessario essere poliglotti o avere il doppiaggio. Le didascalie erano in numero limitato e potevano essere facilmente tradotte. In non poche occasioni non c’erano proprio. Il pubblico in sala era aiutato nella comprensione dal commento in diretta di un “imbonitore”, quasi riproducendo in modo tecnologicamente più complesso la figura del cantastorie che si aiuta con cartelli e disegni. La durata dei primi film era legata strutturalmente alla fisicità della “bobina” utilizzata, così che non potevano durare più di pochi minuti. Solo più tardi si sono potute realizzare storie complesse, potendo disporre di supporti di più lunga durata. Il cinema degli inizi è ovviamente in bianco e nero. Ma ci sono stati numerosi tentativi di utilizzare il colore. Tralasciando la colorazione mano, va ricordato che il primo esempio noto di colore ripreso meccanicamente risale al 1908, in un breve filmato in cui si vedono uomini e donne ripresi in scene di vita quotidiana (vedi https://youtu.be/TPcHJA2ESAM). Potremmo immaginare il cinema espressionista tedesco a colori?

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