Realtà e percezione nella infosfera

Anselmo Grotti

Lo scorso 6 luglio le agenzie battevano una notizia in poche righe: “Rapporto Chilcot. Saddam non minacciava l’Occidente e la guerra non era ultima opzione” (Televideo Rai, ore 14.31). Alle 15.18 nuovo lancio Rai: “Blair, che nel 2003 decise l’intervento armato inglese in Iraq, si assume responsabilità degli errori e insiste: è meglio così”. Chilcot ha rilevato come Blair fosse stato avvisato che “l’azione avrebbe potenziato la minaccia di al Qaeda nel Regno Unito. Era anche stato avvisato che un’invasione avrebbe potuto far finire nelle mani dei terroristi l’arsenale dell’Iraq“. Non si è detto molto di questo Rapporto sui giornale e in tv. Eppure non è stato redatto da qualche pacifista a oltranza: è una inchiesta ufficiale del governo britannico, commissionata nel 2009 da Gordon Brown e presieduta da Sir John Chilcot. Ci sono voluti sette anni di lavoro, che hanno prodotto 12 volumi di dati. La guerra fu dichiarata “senza considerare le conseguenze, con scarsa preparazione, senza basi legali sufficienti e non percorrendo alcuna soluzione pacifica“. Se mettiamo a confronto il martellamento a reti unificate fatto in Occidente nel 2003 per convincere della assoluta necessità di fare una ulteriore guerra del Golfo (con l’unica eccezione del Papa, a fronte di un sostanziale silenzio anche dei movimenti pacifisti) non può non colpire la disparità di copertura giornalistica. La distorsione dell’informazione è una caratteristica del potere, ma assume valenze impressionanti al tempo della infosfera mediatica. Che vive di manipolazioni clamorose e che, una volta scoperte, vengono passate sotto silenzio e presto dimenticate. Cosa che non vale solo per la sconsiderata guerra inglese in Iraq.

Gli atti terroristici, con il loro infame disprezzo della vita umana, rappresentano un elemento fortissimo di “narrazione” nel panorama mediatico. Anche in questo caso però esiste una distorsione enorme tra realtà e percezione: sia in riferimento alle dimensioni del fenomeno che a cause e (auspicabili) rimedi. Si stima che ogni anno perdano la vita per atti terroristici circa 35.000-38.000 persone. Di queste gli occidentali mediamente non arrivano a 300. Eppure la copertura mediatica si attiva solo in questi casi, come se esistessero differenti “pesi” nel valutare il bene inestimabile di una vita umana. Il Dipartimento di Stato Usa (documenti segreti rivelati il 30 dicembre 2009 da Wikileaks) sa benissimo che il terrorismo sunnita prospera con i soldi (100 miliardi) dell’Arabia Saudita. Ma si tratta di buoni “clienti”, da non scontentare. Eppure ci sono 28 pagine in cui si mettono nero su bianco le responsabilità saudite anche per il crimine dell’11 settembre. Si è fatta la guerra in Iraq finanziando e armando i ribelli sunniti. Ne è nata l’ala irachena di al Qaeda, trasformatasi poi in Isis. Secondo la grande maggioranza della grancassa mediatica si tratta di un attacco al solo Occidente, ma si dimentica che le monarchie del Golfo usano i terroristi per contrastare i musulmani sciiti. Purtroppo le menzogne, anche clamorose, rendono positivamente. L’antieuropeista inglese Farage ha ottenuto la Brexit sostenendo che la Gran Bretagna non versa 350 milioni di sterline alla settimana alla Ue (come aveva detto in campagna elettorale, promettendo di destinare quei soldi alla sanità britannica). Naturalmente, dati alla mano, è stato smentito su tutta la linea, e lo ha ammesso lui stesso: «La notizia non era esatta». Non è importante che le notizie siano esatte, ma che siano utili, e ben spalmate nei media.

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